Con l'inizio del nuovo anno, da bravi ragazzi, facciamo sempre i nostri propositi di cambiamento per cancellare il passato, resettare tutto e ripartire da zero. Chi inizia a praticare improbabili diete, chi cerca di smettere di fumare (ma poi conitnua a fumare lo stesso), chi si mette a studiare in maniera forsennata e chi lascia la ragazza. Insomma sembra un tempo di rinnovamento. Io quest'anno vorrei accantonare le solite promesse, e voltarmi indietro per cercare di capire il presente. Ci sono due anniversari importanti a gennaio che sopratutto in Sicilia devono essere ricordati. Il 5 gennaio 1984 veniva ucciso a Catania il giornalista e scrittore Giuseppe Fava, che dopo le sue memorabili inchieste contro la mafia venne lasciato nell'isolamento più totale. Un altro anniversario importante ricorre solo tre giorni dopo, era proprio l'8 gennaio 1993 quando un coraggioso cronista di provincia di nome Beppe Alfano venne freddato da un killer a Barcellona Pozzo di Gotto. Due omici che hanno scosso l'opinione pubblica. Ma ancora nel 2009 una delle più grosse zavorre dell'isola è la criminalità organizzata, che, ne dobbiamo dare atto, spara meno, ma è tutta una strategia di "immersione". D'altronde è anche il trucco di Satana far credere che esso non esista.
Allora il miglior proposito per il 2009 è quello di scavare indietro nella memoria e trovare nell'esempio di personaggi come Fava e Alfano il coraggio nella vita di tutti i giorni di dire no ai piccoli soprusi, alle angherie e alle prepotenze. Solo così saremo un popolo libero dalle viscide catene mafiose. Me lo auguro e lo auguro a tutti i siciliani.
Avere il davanti il foglio bianco, o lo schermo, mi ha dato sempre sicurezza. Ho sempre saputo cosa scrivere, quali tasti premere per dare forma e vita ai miei pensieri e ai miei sentimenti, quali aggettivi e quali metafore utilizzare per far fuoriuscire i miei lati timidamente nascosti. Ma stasera è una serata strana, diversa, malinconica. Il vento freddo che fuori soffia è come se soffiasse sui miei pensieri che mano mano come una nuvola gonfia di pioggia diventano sempre più minacciosi e inquietanti. Oggi è passato un anno da quando Susanna ci ha lasciato, sembra una banalità ma l'immagine che mi è rimasta di lei è una foto che le scattai con gli occhi socchiusi e in mano una sigaretta. Era una foto buffa, oggi l'ho cercata, l'ho presa tra le mani, ed era come se avessi tra le mie mani le sue piccole mani. Tutto infinitamente sbagliato. Tutto così crudele che mi è passata in testa una bestemmia, che però non ho detto. Soffocata dentro al cuore. Maledetta vita a volte. Ti dà e ti toglie. Forse adesso mi sta dando qualcosa, ho incontrato una persona speciale, una ragazza che solo a pensarla ti fa venire il brivido dentro. Non so se è tutto un caso, se è un colpo di fulmine, o se è un'altra fragile illusione. Io voglio buttarmi, a costo di farmi male. La vita dà e toglie, situazioni e persone, penso che però sia in debito con me, adesso le voglio strappare una nuova chance. Non posso stare a guardare gli altri gettarsi nel fiume, mi farò trascinare pure io dalla corrente.
Vi scrivo per mettervi al corrente di un fatto increscioso che ho vissuto in prima persona assieme ai miei amici e alla presenza di circa una sessantina di persone.
Partiamo con ordine: siamo in Piazza del Popolo, come ogni sabato, e verso mezzanotte e trenta ci ritroviamo per le solite chiacchere. Veniamo avvicinati da un gruppo di ragazzi, circa dieci, che con aria prepotente ci chiedono una sigaretta. Al nostro iniziale rifiuto hanno iniziato a colpire con impressionante violenza un nostro amico in particolare, senza alcun giustificato motivo. Dario A. ha dapprima incassato una sequela di pugni al volto e dopo ha reagito colpendo due dei tre aggressori. Dopodichè ci siamo mobilitati cercando di difendere anche gli altri componenti del nostro gruppo aggrediti, dinanzi allo stupore e all'immobilismo dell'intera piazza, subendo ancora le percosse dei dieci balordi.
L'intera incredibile scena si è svolta nell'arco di cinque - sette minuti ed è terminata grazie anche all'intervento di altri ragazzi presenti sul luogo. Senza alcuna fretta il gruppo di aggressori ha ripreso possesso degli scooter e si sono dileguati lungo la via Rosario Cancellieri. Ma per me che ero presente sono stati dei minuti interminabili e agghiaccianti di violenza inaudita. Una volante della Polizia di Stato ha raggiunto in un secondo momento la piazza e dinanzi alle nostre lamentele e al nostro sbalordimento ci ha solamente risposto che "non possono farci nulla perchè in tutto il territorio di Vittoria e Scoglitti il sabato sera gira solamente una pattuglia". E' normale che in una città cosidetta civile come Vittoria il sabato sera, in pieno centro cittadino, accadano questi episodi inauditi di violenza e non ci sia nessuno che vigili sull'incolumità dei cittadini? Faccio un appello al Signor Sindaco e alla giunta: al posto di perder tempo e soldi per inutili intitolazioni di fontane perchè non risolvono un problema impellente come quello della sicurezza.
Spero che qualcosa si muova anche perchè siamo tutti molto scossi.
L'Italia è un paese sempre più alla deriva, privo di quell'impulso vitalistico che aveva contraddistinto le generazioni precedenti. Ciò è dovuto alla totale mancanza di meritocrazia e ad una gerontocrazia ormai arrivata a livelli palesemente insopportabili per un paese come il nostro. La televisione italiana è un esempio cronico di gerontocrazia, retta da vecchi quanto rispettati figuri che per anni hanno dominato la scena.
La domenica è sconvolgente: un palinsesto tirato fuori dagli anni 60. Sulla prima rete resiste imperterrito a tutto, con i suoi capelli di plastica, Pippo Baudo (classe 1936) con il suo perbenismo borghese arringava la folla. Sul secondo canale c'è novantesimo minuto, che definire vintage è dir poco: collegamenti lenti, lessico obsoleto, tempi televisivi pessimi e opinionista di punta è Giampiero Galeazzi (classe 1946) che condiva con i soliti interventi banali ogni servizio. Non so chi tra lui e Tosatti risulti più noioso. Per non farci mancare nulla ospite fisso a "Quelli che..." c'è Aldo Biscardi, l'inventore del "Processo", classe 1930. Aldone si rende come al solito protagonista di "irresistibili" gag con Simona Ventura condite dagli immancabili strafalcioni linguistici. Ora mi spiegate perchè devo continuare a pagare il canone per finanziare certa gente? Tra l'altro Biscardi ha anche un pesante coinvolgimento in calciopoli, ma visto il suo prestigio e il suo potere nessuno gli osa rinfacciare che truccava il moviolone o che evitava di parlar male della Juve d'accordo con Luciano Moggi. Di fatto ancora oggi Biscardi risulta sospeso dall'Ordine dei giornalisti.
E' notizia freschissima dell'avvento sul piccolo schermo di un giovanotto classe 1919, un tale Licio Gelli, il venerabile maestro, fondatore della loggia massonica P2, condannato al carcere ed evaso. La sua biografia parla chiaro, ma solo in Italia tali personaggi godono di una sorta di impunità. Tra l'altro alla prima puntata del suo programma aveva invitato due personcine a modo come Marcello Dell'Utri e Giulio Andreotti (i quali hanno declinato l'invito).
L'Italia così come nella televisione anche nelle università è piena di professori anziani, alcuni capacissimi altri incapaci, che non fanno altro che promuovere la stagnazione culturale del paese. Ma a noi piace tanto questa gerontocrazia, non ci resta che sperare di vivere a lungo per avere un pò di potere, magari commettendo qualche reato qua e là, fa sempre curriculum per la tv.
Ecco la definizione di gerontocrazia : "ll termine gerontocrazia indica un sistema politico in cui il potere è detenuto dagli anziani. Essa si fonda sul grado di influenza ed autorevolezza che generalmente viene attribuito agli anziani, sul presupposto di una loro maggiore esperienza e di una riconosciuta probità"
Al festival di Roma è stato presentato il film di Marco Amenta "La siciliana ribelle" che ha subito riscosso consensi di critica e pubblico. E' uno di quei film che io chiamo didattici, uno di quei film che dovrebbero essere visti nelle scuole. Per capire in quale terra viviamo. Il regista ci racconta la storia di Rita Atria, una coraggiosa ragazza che aiutò moltissimo il giudice Borsellino.
Nacque a Palermo da una famiglia mafiosa e a soli unidici anni perse il padre a causa di una faida, e da quel giorno Rita si interessa sempre più a capire le logiche criminose raccogliendo confidenze importantissime sulle cosche di Partanna. Nel 1991 viene ucciso anche il fratello Nicola e decide, all'età di 17 anni, di collaborare attivamente con la giustizia e instaurò un rapporto improntato sulla massima fiducia con Paolo Borsellino.
Grazie alle sue confessioni il muro di omertà intorno alla mafia iniziò a sgretolarsi e si arrivò in breve termine ad arrestare molti mafiosi e iniziarono le indagini su Vincenzo Culicchia, sindaco di Partanna per trent'anni.
Rita Atria stava iniziando a rinascere grazie alla figura protettiva e paterna del giudice Borsellino quando venne raggiunta dalla notizia della strage di via D'Amelio. Dopo una settimana si tolse la vita, convinta di aver perso l'unica persona che potesse darle una speranza per andare avanti.
Rita Atria per molti rappresenta un'eroina, per la sua capacità di rinunciare a tutto, finanche agli affetti della madre (che la ripudiò e che dopo la sua morte distrusse la lapide a martellate), per inseguire un ideale di giustizia attraverso un percorso di crescita interiore che la porterà dal desiderio di vendetta al desiderio di una vera giustizia. Rita (così come Piera Aiello) non era una pentita di mafia, non aveva infatti mai commesso alcun reato di cui pentirsi. Per questo la sua collaborazione assume un valore ancora più alto e correttamente ci si riferisce a lei come "testimone di giustizia", figura questa che è stata legislativamente riconosciuta con la legge 13/2/2001 n. 45.
Il film sarà proiettato tra qualche mese nelle sale, con la speranza che possa far rimanere vivo il ricordo di una delle tante eroine siciliane che hanno dato la vita per la legalità.
La mafia è piena di personaggi particolari, a volte pittoreschi, a volte terribilmente spietati, altre volte più semplicemente normali. Normali a tal punto da provare sentimenti quali la pietà e lo sconforto. La storia di Leonardo Vitale è un affresco del volto umano ma allo stesso tempo sinistro della malavita. Una storia degna di un bel romanzo da leggere tutto d’un fiato, una storia da mettere in scena al teatro, tanto è tragica e commovente. Leonardo Vitale nacque a Palermo il 27 giugno 1941 ed è universalmente considerato il primo pentito di Cosa Nostra. In una Palermo poverissima divenne un uomo d’onore nel 1963 e dopo alcuni anni (precisamente nel 1970, quando ancora non era stato introdotto il reato di associazione mafiosa) denunciò Totò Riina, Michele Greco, Bernardo Provenzano e Vito Ciancimino alla polizia. Erano tutti nomi che scottavano e per delegittimare Vitale (che accusando Ciancimino si era messo contro uno degli uomini politici più potenti dell’isola) venne emanata d’urgenza un’ordinanza che lo rinchiudeva in un manicomio criminale a Barcellona Pozzo di Gotto. La presunta pazzia del primo pentito di mafia venne fatta credere a tutti. La mafia agisce sempre così contro i suoi detrattori: prima li delegittima, li discredita grazie anche al tacito consenso sociale di cui gode, e poi li fa dimenticare all’opinione pubblica.
Nessuno aiutò Vitale, venne lasciato solo per anni, gli venne dato per mesi e mesi del matto e fu costretto ad assumere psicofarmaci che rovinarono per sempre la sua salute. La storia di quest’uomo è stata raccontata da un film uscito nel 2006, intitolato “L’uomo di vetro”, tratto dall’omonimo romanzo di Salvatore Parlagreco.
Leonardo Vitale è stato un uomo lacerato da un conflitto interiore: da una parte la volontà di sottrarsi alla povertà cronica di una vita a Palermo e dall’altra la volontà di uscire da un mondo fatto di omicidi e paura. La sua crisi di coscienza trovò sostegno nella fede cattolica, decise di parlare della mafia agli inquirenti (tanto che Falcone in alcuni suoi scritti sostiene l’importanza delle testimonianze di Vitale) ma finirà in manicomio. Questo perché se il testimone è giudicato pazzo i mafiosi denunciati possono tornare in libertà. Tutti gli accusati uscirono e tornarono liberi, ma non dimenticarono il tradimento. Dopo 12 anni fu ucciso mentre usciva da una chiesa, davanti alla sua famiglia. Quell’uomo di vetro che non venne creduto da nessuno, quell’uomo un po’ eroe, in parte vittima ed in parte colpevole.
Forse Vincenzo Santapaola mentre scriveva la sua lettera da pubblicare al quotidiano La Sicilia teneva in sottofondo la celebre canzone di Dalla, in barba a tutte le restrizioni del carcere duro derivanti dall'articolo 41 bis. E' davvero singolare come il maggiore dei figli di Nitto Santapaola usi come megafono per esternare i suoi problemi da carcerato il giornale di Sanfilippo, il quale gli dedica ampio spazio all'interno del giornale del 9 ottobre, senza però fare commentare l'epistola a nessun Tony Zermo della situazione.
Santapaola junior, di 38 anni, si lamenta del trattamento riservatogli in carcere derivante esclusivamente dal cognome pesante che porta, smentisce le intercettazioni che l'avevano visto ancora una volta protagonista e conclude in bello stile professandosi un "uomo qualunque" che vuole vivere tranquillo la propria vita.
Davvero uno scoop quello del giornale monopolista a Catania, che dopo mesi di piattume (oltre il famoso dissesto) aveva perso l'attitudine alla notizia clamorosa che puntualmente è stata confezionata da un uomo della mafia. Allora viene da chiedersi se in una terra soggiogata dal potere mafioso anche nel campo della comunicazione possa esserci davvero un riscatto morale. Pubblichiamo le dichiarazioni di Claudio Fava, figlio del grande giornalista Giuseppe ucciso su mandato della famiglia Santapaola: "Il capomafia catanese Vincenzo Santapaola, detenuto in un carcere di massima sicurezza con il regime del 41 bis, ha trovato il modo per aggirare l'isolamento e farsi beffe della giustizia grazie alla disponibilita' del quotidiano locale La Sicilia, che oggi ha pubblicato, in bella evidenza, una sua lunghissima lettera dal carcere. Quella lettera entra nel merito di indagini aperte e di testimonianze raccolte dai magistrati e possiede un eclatante carattere intimidatorio: eppure il direttore de La Sicilia, Mario Ciancio, non si e' fatto scrupolo di pubblicarla senza una riga di commento". "Un atto di subalternita' grave, in violazione della legge che per Santapaola, come per il padre Nitto, prescrive l'assoluto isolamento carcerario. Ancor piu' grave - conclude l'ononorevole - perche' si consuma grazie alle cortesie di un giornale siciliano, in una terra che ha gia' contato otto giornalisti ammazzati dalla mafia: uno di loro, certamente, per opera della famiglia Santapaola".
Il tifo catanese nelle ultime settimane era nuovamente finito nell'occhio del ciclone per via di due episodi di criminalità e violenza: il primo contro i tifosi del Chievo Verona in trasferta nella città etnea aggrediti e derubati da delinquenti (e non tifosi), il secondo contro uno steward dello stadio Granillo di Reggio Calabria, colpito da una cinghiata (!) da un energumeno che aveva già subito un Daspo.
I tifosi clivensi, notoriamente civilissimi e sportivi, hanno subito il furto del loro navigatore satellitare e hanno sporto subito denuncia, raccontando che a cercare di mettere in fuga i malviventi vi era un ultras del Catania. Ma alcuni media nazionali non hanno aspettato altro e hanno parlato nuovamente di un "caso Catania" e del 2 febbraio senza specificare le dinamiche dell'aggressione che poco aveva a che fare con il tifo organizzato.
Per rimediare e per riportare la pace tra le due tifoserie lodevole è stata l'iniziativa di Nico Thor di CalcioCatania.com: un incontro con i tifosi clivensi e un risarcimento per il danno subito, per mostrare loro che la città etnea non è violenza e paura, ma ospitalità e accoglienza.
Potete leggere il comunicato al link seguente e complimentandoci per questo bel gesto speriamo che non accadano altri disordini e che si possa al più presto tornare a giocare un derby a porte aperte, con gli inevitabili sfottò ma in allegria e senza un clima da guerra civile.
P.S. Stasera alle 21.15 su Rai 3 andrà in onda la docu-fiction "Le mani su Palermo" che riguarda l'impero dei boss Lo Piccolo e la loro cattura, da non perdere.
Il due ottobre un uomo con una Bmw 320 ha raggiunto l'autostrada Palermo - Messina, ha accostato vicino ad un viadotto e si è lanciato nel vuoto alla ricerca della morte. Non era un uomo qualunque, ma una persona colta, un professore dell'università di Messina, un esponente della sinistra e sopratutto un pugnace avversario della mafia.
Adolfo Parmaliana è stato un uomo solo contro il sistema mafioso. Animato da una forte passione civile ha denunciato le collusioni mafia - politica nel suo paese (Terme Vigliatore) portando allo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni criminali.
Poco prima di lanciarsi nel vuoto ha scritto poche righe che fanno cenno riguardo ad un dossier che avrebbe redatto e che sarebbe custodito dal fratello in cui sono contenuti nomi di boss, complicità politiche e giudiziarie. Una vera e propria bomba pronta ad esplodere.
Quali sono i motivi di un gesto così estremo? Sicuramente la frustazione del professore. Le sue battaglie per la legalità e la trasparenza davano fastidio a molti, sopratutto all'interno del palazzo di giustizia. La ritorsione, grazie al famoso "rito peloritano" fu immediata. Mentre i boss e i politici inquisiti per mafia venivano scarcerati, lui veniva rinviato a giudizio per diffamazione (solamente per avere fatto circolare un volantino di matrice politica).
Si è trovato da solo a fronteggiare la diffidenza e la terra bruciata attorno, nemmeno i politici compagni di partito hanno sostenuto Parmaliana nelle sue battaglie, lasciandolo andare incontro al suo destino di reietto. E questo è stato un colpo troppo grande per il professore.
La mafia fa sempre così contro i suoi oppositori: prima ti isola, poi ti lascia da solo, poi le calunnie e infine ti uccidono. E' rimasto vittima della solitudine, anche il fronte dell'associazionismo antimafia deve fare un mea culpa in queta circostanza.
Sperando che l'ennesimo sacrificio umano contro la mafia serva a svegliare le coscienze dei nostri politici non mi resta che dire "grazie Adolfo".
Qualcuno, con il solito humor catanese, ha messo in vendita il simbolo della città: il famoso Liotro era su ebay causa “dissesto finanziario” per racimolare qualche soldo. Viene proprio da ridere, ma ai piedi dell’Etna la situazione è davvero tragica, basti pensare che i cittadini risultano avere un debito municipale di 3.379 euro a testa, pari quasi a quello dei tarantini, il cui Comune è sprofondato nell’abisso umiliante del dissesto finanziario.
Di notte a Catania molti quartieri rimangono al buio, non basta avere una microcriminalità pari a una metropoli sudamericana, ma l’Enel stufa di aspettare il pagamento delle bollette ha tagliato la luce a molti lampioni cittadini.
Inoltre si teme l’avvicinarsi di un’altra emergenza-rifiuti stile Napoli: vibranti sono state le proteste delle cooperative di netturbini senza stipendio da un mese, che hanno scaricato l’immondizia davanti al municipio.
Chi ha combinato il disastro? Sicuramente delle gestioni politiche scellerate della giunta governata da Umberto Scapagnini, dutturi personale di Silvio Berlusconi. Il buco di bilancio ammonta ad oltre un miliardo e sette milioni di euro con pesanti ricadute per la cittadinanza: strade al buio, vie dissestate, servizi sociali allo sbando, ritardi nei pagamenti degli stipendi, scuole sfrattate per morosità eccetera eccetera….
Problemi che riguardano anche i trasporti, l’Amt non arriva a coprire nemmeno un quinto dei costi tramite la vendita dei biglietti, un buco salito a quasi 83 milioni di euro.
La città sta toccando culturalmente, socialmente ed economicamente uno dei punti più bassi della sua storia. Vorrei chiamare a raccolta tutti i catanesi illustri e tutti coloro che sono legati alla città, come Beppe e Rosario Fiorello, Carmen Consoli, Roy Paci, Franco Battiato, Pietrangelo Buttafuoco. Claudio Fava, Mario Venuti, Mario Biondi, Giampiero Mughini, Leo Gullotta, affinché tramite la loro visibilità attirino l’attenzione delle istituzioni e dell’Italia sul disastro etneo.
Visto che della politica a Catania è meglio diffidare…
Catania è umiliata, trattata chè peri…
Catania distrutta e pi setti voti rinata, nun c’entrano i soddi,
nun c’entra a fortuna, Catania ndò munnu cinnè sulu una…